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lunedì, 30 ottobre 2006

“Cosa ne pensi della tua vita?” chiese Elisa ad Andrea.
“E’ uno schifo totale!” espresse a suon di smorfie tra l’orrido e l’orripilante il ragazzo.
“Perché mai dici questo?” chiese dolcemente la ragazza marcando un sorriso stretto che donava una certa armonia a quella domanda.
Può una persona affermare che la vita è una miseria senza conoscerne la vera essenza? Chi dice che il male è nel giusto, e viceversa, ha forse concezione del coscienzioso? Ordunque domando: dov’è finito l’essenza dell’essere?
“Perché…” fece una pausa, “… è orrenda, ecco tutto”.
“Questo tuo modo di ‘argomentare’ non mi convince proprio” rispose con una moina discostandosi da quel pensiero.
“Vediamo…” Andrea portò la sua mano destra al livello del mento, chiudendola a pugno, e con gli occhi al cielo si soffermò a riflettere. “La vita è ingiusta, crudele, meschina, violenta, inquinata” la ragazza lo bloccò. “Quando hai finito con i sinonimi avvertimi! Voglio motivazioni intelligenti da una affermazione così seria!” sbruffò Elisa.
Del perché l’uomo sia un pervertito all’onor di cronaca io qui mi chiedo. Forse la risposta è insita nel nostro animo, nella parte più profonda in attesa di essere rivelata. La verità, ossia quella concezione astratta da cui trascende il giudizio divino, ergo umano, ha come base lo stupore. Chi non si stupisce del “banale” non può dunque essere coerente con i propri pensieri. “Ti dico che è brutta. Punto e basta!”
“Le tue sono solo stupidaggini. Seguimi” disse tendendogli la mano sinistra.
“Dove andiamo?” domandò un po’ preoccupato Andrea.
“A cercare risposte” concluse Elisa con un bel sorriso.
Che la giornata fosse bella è inutile qui dirlo. Le meraviglie della natura non vanno apprezzate con il sole, ma con la molle pioggia, allorché gli odori inebrianti prendono la forma delle nostre paure.
“Il cielo si sta annerendo.”
“Sempre a lamentarti stai!” sbruffò ancora una volta Elisa.
“Ma dove mi stai portando?” Andrea si guardava attorno in cerca di qualche punto di riferimento per capire dove erano finiti. Stavano camminando a passo veloce da qualche minuto. Procedevano lungo un piccolo sentiero ed intorno a loro c’era solo erbaccia.
“Potrebbe uscire qualche serpente. Ho paura!”
“In questa stagione? Sta’ un po’ zitto per una volta e finiscila di lagnarti come un bambino!”
Proseguirono per altri duecento metri per poi svoltare a sinistra.
“Ecco ci siamo” parlò con un accenno di emozione Elisa.
“Questo è tutto?” domandò Andrea con occhi sbarrati.
Davanti a loro v’era una piccola nicchia larga circa tre metri e alta forse due. Era profonda, molto profonda: circa due braccia.
“Sediamoci.”
Il vento, l’acqua, qualcosa, sembrava aver scolpito nella roccia due poltrone dove poter sedersi. Così fecero i due ragazzi, mentre dal cielo sembravano piovere tuoni.
“Sei pronto? Sta per iniziare lo spettacolo.” Elisa era tutta eccitata, quasi avesse voluto abbandonarsi ad un applauso. Dal canto suo Andrea sembrava vivere nell’oblio della dimenticanza. Osservava ma non capiva, non percepiva alcunché da quella situazione. Dove era il problema? Era forse lui il dilemma esistenziale? C’era realmente un problema?
“Tre… due… uno…” il cielo si aprì e iniziò a cadere, come sinfonia, della lieve pioggia dal cielo.
“Senti gli odori o mio Gabriele?” chiese entusiasta Elisa.
“Mi chiamo Andrea io!”
“Oh mai che capissi qualcosa tu!”
“Perché mi hai portato qui? Che devo guardare?” Andrea sembrava ormai spazientito da quel triste gioco, come lui lo avrebbe definito.
“Niente di particolare.”
“Che significa? Sei forse pazza?”
“Chi può definirsi un non folle? Sì, ordunque, io sono pazza se ciò ti fa piacere!”
“Parli come una persona del novecento” rise sonoramente il ragazzo.
Elisa sorrise falsamente e con la mano indicò fuori verso la terra bagnata: “Guarda!”
“Cosa?”
“Il nulla. Non lo vedi?”
“Se è nulla è ovvio che non lo vedo.”
“Come sei banale. Esci per una volta da questa tua triste concezione della vita e guarda lì.” Gli indicò una buco nel terreno, sembrava abbastanza profondo.
“Che roba è?”
“Non saprei. Secondo te è profondo?”
“Pare di sì. Cosa c’è dentro? Domandò con un’aria di imbarazzo Andrea.
“La verità ovviamente” disse Elisa sorridendogli.
“Proprio non capisco.” Il ragazzo sembrava totalmente perso nei meandri del vuoto, un vuoto che aveva ormai circondato la sua vita, la nostra vita. La quotidianità è, dunque, il mezzo improprio per distruggere il sapere. La mancata concentrazione sui piccoli particolare è un chiaro esempio di come l’uomo possa perdere l’intelletto giorno dopo giorno. Cos’è quindi il quotidiano se non un modo di debellare il futile per l’uomo e l’utile per la natura?
“Dovrò indicarti il cammino allora!”
“Fallo!” borbottò Andrea.
“Guarda la pioggia che cade dolcemente sul terreno. Cosa noti?”
“Che l’acqua penetra nella terra.”
“Bene, vedo che non sei completamente stolto” fece un sorriso e continuò: “e questo non ti dice niente?”
“Cosa dovrebbe dirmi? Che forse la terra dovrebbe proteggersi in qualche modo? Non facendo penetrare l’acqua?”
“Oh! Suvvia! Sto perdendo proprio la pazienza con te. Dimmi un po’ tu che tutto fingi di sapere: quando uno abbandona è un perdente?”
“Direi proprio di sì.”
“Quindi chi cede perde? Non c’è altro modo?”
“Altro modo di far che? Comunque sì, è un perdente. Bisogna sempre lottare, fino alla fine, senza mai arrendersi.”
“E questo sarebbe il coraggio per te vero?”
“Senza ombra di dubbio!” disse Andrea con occhi carichi di entusiasmo.
“Io direi meglio che si tratta di follia! Chi lotta non apprezza e chi non apprezza non ha intelletto. La battaglia è utile per l’esercizio fisico, non per quello mentale. Non aiuta in alcun modo a rinvigorire lo spirito!” esclamò con disprezzo Elisa.
“Guarda la terra e impara” aggiunse la ragazza.
“Cosa dovrei imparare?”
“Che rassegnarsi non vuol dire arrendersi.”
“E quale sarebbe questa differenza?” chiese un po’ turbato Andrea.
“E’ questione di mentalità, di saper razionalizzare ciò che ci accade, di dar spazio a ciò che l’uomo è: ragione!
“Ma in parole povere qual è questa differenza? Io proprio non la vedo.”
“Lo dirò in modo tale che la tua mente bacata possa percepire senza alcuna difficoltà!” I due sorrisero. “La rassegnazione è data dal saper accertare con raziocinio ed eleganza la questione su cui è improntata la problematica.”
“E l’arrendersi?”
“Con calma mio caro amico. Cos’è tutta questa fretta?”
“Allora?” Andrea sembrava sempre più impaziente di sentire quella differenza, incuriosito dal modo di parlare della sua amica.
“L’arrendersi…” disse con ritmo blando Elisa, “è concedere al nemico, o quel che sia, il vantaggio di credere di avere un potere illusorio.”
Il cielo stava sgombrandosi dalle nuvole, mentre un timido sole annunciava il suo arrivo. La pioggia stava divenendo cosa del passato, così come quelle parole sembravano scomparire nella mente di Andrea
“Ha smesso di piovere. Possiamo andare via?” Il ragazzo era tutto spazientito. Quelle parole gli avevano forse turbato l’animo? Eppure non manifestava alcune interesse a quella discussione.
“Osserva ancora un’ultima volta. Guarda!”
“Ma cosa maledizione?” Andrea sbruffò.
“Cosa resta della pioggia?”
“Nulla. E’ penetrata nella terra che ora è bagnata o umida o come diavolo si dice!”
“Bravo!” Elisa applaudì e proseguì, “La terra è sempre lì, magari diventerà fango o cosa non so, ma è sempre terra non cambia! Assorbe l’acqua, a volte, quando è in eccesso, la caccia fuori, ma in genere è sempre lì, mai che si lamenti.”
“E’ tardi e devo andare.” Detto questo il ragazzo uscì seguito dagli occhi di Elisa che cercavano di scrutare qualche segno di divenire nel ragazzo, ma non lo trovò. Le cose cambiano, mutano, divengono, ma il pensiero umano è restio all’accrescimento. Tutto cambia e tutto muta, tranne il pervertito.
Scritto da Sergei
14:12 /
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pensieri, riflessioni, racconti, vita, sfoghi, filosofia / commenti (2)
domenica, 22 ottobre 2006

Ho voglia di scrivere, ho voglia di raccontare, ho voglia di partecipare.
In questa assurda esistenza dove tutti mi dicono che la vita è schifosa, orrenda, orripilante, e chi più ne ha più ne metta, io cerco di lasciarmi trasportare dall’emozione. Non dalle emozioni bada bene alle parole tu che leggi!
Sono stato per lungo tempo un dormiente eracliteo, ma adesso che il sonno ha avuto fine è giunta l’ora dell’alba. Che sia giusto quel che faccio non vi è alcun dubbio: io sono colui che è e non può essere altrimenti. Io sono, quindi sono giusto! Ma non parlo di modi, di comportamenti, come voi stupidi avrete ben pensato!
Parlavo di emozione, di quel torrente che ti coglie e ti trasporta. Rendersi conto di ciò che è giusto è facile, tutti lo fanno! Eppur se solo il pervertito sapesse giudicare, l’esistenza non sarebbe più tale. Siamo perché abbiamo deciso di essere, non vi è altra spiegazione. Se esistere equivale ad essere e se l’essere è, non vi è più alcun male a cui l’uomo, pardon, il pervertito, possa sconfinare. La tirannia, il potere supremo, che con l’astuzia ha sottratto al suo simile, ha permesso a questa generazione animale di prendere il sopravvento. In che modo? Con il corpo ovviamente.
Se la concezione di verità fosse cosa accettabile da tutti, di certo non sarebbe cosa buona. Solo il giusto può giungere alla verità. Cos’è la verità? La verità è tutto ciò che non è e che può sembrare che sia, ma solo l’uomo scaltro, da buon osservatore qual è, ne percepisce il giusto giudizio.
Ordunque, se pur in breve, tu che leggi potresti trarre affermazioni affrettate e quanto mai banali.
Osserva! Questi miei tristi scritti non sono un autocritica all’essere, né un approccio per gli uomini comuni, per non parlare della stupida creatura – il pervertito -. Essi sono destinati al vero bambino, a quell’individuo in grado di provare stupore, a chi esulta per il Sole e si commuove per la Luna.
Voglio però ancora una volta rivolgermi a te, a te che non leggerai mai queste parole, perché incomprensibile per il tuo povero intelletto e dirti: Procul, o procul este, profani!
Scritto da Sergei
10:54 /
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pensieri, riflessioni, racconti, vita, sfoghi, filosofia / commenti (3)
martedì, 17 ottobre 2006

Non è facile esprimere un concetto, un pensiero insito nel proprio animo quando questi non è chiaro a se stessi. Quello che forse voglio dire è che non tutto può essere detto con semplici parole. Se un giorno mi svegliassi e notassi che il mondo fosse fatto di marzapane anziché di cemento armato potrei forse dire di aver ragione. Quel che voglio far trapelare è la nozione secondo la quale nulla è semplice, meglio dire che la semplicità è nella difficoltà. Ordunque la difficoltà è la madre di ogni bisogno. Razionalizzare ciò che non è chiaro non può rendere semplice il proprio pensiero – tanto meno quello degli altri - , per poi renderlo comune alla massa. Sicché porre la massa come beneficiaria di un sapere che dovrebbe essere soggettivo porta ad una “semplice” conclusione: la sapienza del sapere spetta a nessuno. Pertanto chi dice di sapere è uno stolto e chi dice di non sapere lo è altrettanto. E’ forse giusto questo mio pensiero? Certo che no! Ma come posso io render chiaro un concetto così fondamentale come questo, quando a me stesso risulta essere una zona d’ombra nel mio intelletto? Se io dico che l’uomo è solo, vive di solitudine, ho forse ragione? Può darsi. Può darsi che abbia senso nel momento in cui tale mia affermazione sia elaborata da una mente che abbia compreso il mio pensiero. Ma di cosa voglio io parlare?
Se oggigiorno viviamo in un’era ricca di informazione, di comunicazione, come mai il mio simile non sa parlare? Quando dico “parlare” non voglio certo sottintendere la nobile arte oratoria – cara ai sofisti -, ma voglio invece sottolineare come il parlar semplice sia diventato utopia. Perché scrivo? Perché non so parlare! Mi rammarico a questo mio triste destino denso di pensieri disdicevoli ove il sapere è posto lungo una via illuminata solo da fievoli luci. Faccio presente che con queste parole lascio ancora una labile speranza di recupero del dialogo!
Vorrei far sentire al mondo intero la mia solitudine, isolato nel branco perché diverso dal proprio simile. Come posso far chiare queste mie parole? Come posso piangere se non ho lacrime?
C’è chi nasce postumo e chi no. Io nasco solo. Il mondo non mi appartiene, ma non è perché io sia il classico ribelle. Lungi da me tale idea! Parlo esclusivamente dell’involontarietà di essere.
Scritto da Sergei
11:22 /
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pensieri, riflessioni, racconti, vita, sfoghi, filosofia / commenti (2)
domenica, 08 ottobre 2006

Mi sono sempre chiesto cosa voglia dire saper sorridere. Quando la mattina osservo il mondo mi accorgo di quanto la mia visione collettiva risulti essere alquanto ubriaca dal sapere degli altri. Quindi rido. Rido perché sono consapevole che ciò che vedo non è quel che penso. Allorché la mia mente giunge ad una conclusione che sa di amarezza: cos’è la felicità?
Osservo un bambino, un esempio classico. Mi accorgo di come l’ignoranza sia fonte di sorriso, mentre il sapere non provoca altro che risate.
Torno così al mio falso mondo, fatto di ombre e fioche luci, ove lo sconforto ha il sapore della vittoria. Ecco cos’è la felicità: vincere sul più debole. E’ la supremazia che crea la massima eccitazione. Ma potrei sbagliarmi se solo avessi il senso critico di uno sciame d’api. Invece io dico il giusto! Ammesso che il giusto sia il sorriso.
Dinanzi a me ci sono milioni di essere abietti, di esseri “superiori”. Loro – i pervertiti -, profanatori del sorriso e adoratori del riso sono giunti alla malsana conclusione che è sintomo di un delirio: l’orgasmo è avvertito solo dalla giraffa. I miei occhi piangono nel veder tali sfregi che l’infido essere – sempre il pervertito – continua a seminare là ove egli passa. Le mie orecchie son sorde, affinché tali dicerie non le colpiscano. Ordunque, qui, io sono l’unico che ripone speranza nell’oblio del dimenticatoio dell’essere umano: la ragione. La mia utopia avrà luogo là ove l’uomo diventi gatto, quindi bambino, e potrà così sorridere e finalmente pronunciare parole che non trasformino il sapere in disgrazia. Mi pronuncio: il pervertito dissemina la falsità attraverso i muscoli. Suvvia non siate banali nei vostri ragionamenti! Il povero uomo – ossia l’uomo giusto - ha dunque la sola forza del pensiero per vivere: cogito ergo sum! Il più forte domina il più debole. Chi è l’uno e chi è l’altro? Posso dare io forse una risposta? Infine dico: che cos’è la felicità? E rispondo: è il saper dire che l’uomo non è altro che una misera invenzione di se stesso.
Scritto da Sergei
13:34 /
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pensieri, poesia, riflessioni, racconti, vita, sfoghi, filosofia / commenti (1)
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L'idealismo è la nobile toga che il politico gentiluomo avvolge sul suo desiderio di potere.
Aldous L. Huxley
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QUESTA SETTIMANA NELLE SALE
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