CHI SONO

;

ARCHIVIO

oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005

CATEGORIE

filosofia
pensieri
poesia
racconti
riflessioni
sfoghi
vita

IL LIBRO SUL COMODINO

         

BLOG LINKS

Alcatraz
Chinaski77
Forma-Mentis Blog
Lo spazio delle idee
Marileda
Misophia
Obiettivo Comunicazione
Storie fantastiche

COUNTER

*loading*

 

lunedì, 28 maggio 2007

 

Deliri onirici 

Il lungo cadere della pioggia bagna il mio triste volto. Alzo gli occhi al cielo ma altro non vedo che grigi paesaggi. Scale, tante scale. Devo salire, ma tutto sembra diventare così stretto. Piccoli vicoli, un muro accostato all’altro. Non riesco a respirare è tutto così stretto.
“Cosa ci fai tu qui?” le chiedo con voce carica di stupore. Lei non risponde mi volta le spalle scomparendo in quel suo vestito nero.
“Ultima chiamata! Stiamo per partire!” una voce dal treno urla. Provo a  raggiungerlo ma il convoglio si avvia verso il nulla.
Corro, scappio via. Inciampo e cado in una pozzanghera. Il cielo è così cupo, tutto sembra grigio. Una donna vestita di un rosso scuro mi sorride, vuol abbracciarmi, ma io fuggo via, lontano da quella visione. “Amore!” mi urla.
“I miei denti, i miei denti!” ululo con quella mia storpia bocca. Sento qualcosa, muovo la lingua in modo frenetico. Uno, due, tre… sono tanti. In preda al panico inizio a sputare, e ad ogni sputo, miglia di denti cadono inesorabilmente a terra.
C’è una sedia lì in fondo, ma prima devo salire e scendere tutte quelle scale...
“Ho paura.”
Vedo un aereo che decolla e subito precipita.
“Amore!” continua a strillare con quella voce stridula quella donna dai capelli biondi, ora mora, ora nera.
“Va via!”
Apro lo sportello di un elicoterro e subito volo lontano da quel triste pensiero.
“Il numero due si faccia avanti.”
Controllo il mio biglietto: indica il numero nove. Devo attendere.
“Bambino come ti chiami?”
“Devo cucire il mio vestito blu.”
Apro una porta posta alla sinistra di un ampio spazio. Vi è disegnata sopra una mezzaluna.
“Numero otto!” chiama la voce.
È tutto così verde, un verde vivo eppure ci sono tanti balconi.
“Numero sei!”
Verrà mai il mio turno? C’è una sedia lì in fondo.
Prendo un foglio e disegno due parallele. Chi sono io realmente?
Sento ancora una volta urlare. La faccia di una donna è dinanzi a me, sanguina e urla, urla e urla.
Mi copro le orecchie: non voglio ascoltare.
Ho paura e mi nascondo. Osservo ciò che è intorno a me: null’altro che una stanza circolare.
Qualcuno sta suonando in lontananza. Jazz?
“Ti ricordi quella volta che cenammo insieme per la prima volta? Una piccola orchestrina suonava… cosa suonava?”
Un letto in disordine ove io giaccio in preda alla mia solitudine. Sono io quello disteso?
Improvvisamente appare. È una professoressa, sembra avere qualche anno più di me ed è mora.
“È lei!”
La mia lingua è lughissima. “Non ti preoccupare ti aiuto io” mi sussurra amorevolmente “sono un dottore.”
Miao.
In lontananza sento un gatto miagolare.
“Andiamo” dice prendendomi per mano. Scendiamo lungo un vicolo strettissimo e scuro.
Miao.
Una gatta pregnante non smette di miagolare. Mi appoggio a un muro ed inizio a vomitare.
Una donna è seduta su una sedia da chiesa. Mi avvicino ma non è una donna, non è nessuno: solo un’ombra.
“Sono te.” Sembra dire qualcosa ma non riesco a comprendere. Dove sono?
Inizio a correre lungo quelle strette viuzze. È tutto così cupo e stretto. Volgo lo sguardo a destra e sinistra, ma non vedo altro che mura.
Corro sempre più velocemente fino a quando non inciampo. Acqua. Non riesco a respirare, sono immerso in una gigantesca vasca. È tutto blu intorno a me.
“Devi chiederle scusa.”
Nuoto lungo un tubo poco più largo del mio corpo. Aria. Giungo a galla. Lei è inginocchiata davanti ad un altare.
“Scusami” le dico, osservando quel suo vestito nero che le copre la gestazione.
Un bambino sta strillando. Gli vado incontro e noto che sta piangendo. È deformato, la testa larga, anziché il naso due piccoli fori. Privo di orecchie e con pochi capelli che pendono sul lato sinistro del suo corpo, un occhio rosso e l’altro cavo. I denti partono da una finta bocca e penetrano nel mento che sanguina vistosamente. Sembrano sbarre di una prigione dal cui interno qualcuno sta urlando: “Aiuto!”
“Papà” mi dice.
Agito bruscamente le mani per negare. “No, non può essere!”
“Papà.”
Si avvicina per abbracciarmi. Ha tre dita per mano e zoppica trascinandosi il piede sinistro oltre a quella raccapricciante gobba.
“Va via storpio!” gli urlo. Muovo le mani, per negare ancora una volta, mentre indietreggio per la visione di quell’obbrobrio, di quello scempio della natura.
“Papà.”
Inciampo e cado all’indietro finendo nel vortice di un lungo precipizio.
Il buio di una caverna mi circonda. Cammino a tastoni cercando nelle mura gelide un labile conforto che non trovo. Mi giro, mi rigiro, cerco una strada per l’uscita, mi accorgo però che è inutile, non serve. A tentoni proseguo in questo posto asfiante fatto di ombre nere. Dov’è l’uscita?
“Non serve.”
Capisco tutto. In lontananza, in un angolo, c’è un fuoco che produce tanto fumo. Corro in quella direzione. Osservo quello spettacolo di luci rosse. È ora, però, di prendere la strada che conduce all’uscita: è ora di spegnere quel fuoco. Il buio mi circonda, ombre mi sussurrano qualcosa. La via d’uscita è lì in quel feto abbandonato e deforme. Mi accuccio come un cane e chiudo gli occhi, sperando che tutto questo non sia altro che un incubo.

Scritto da Sergei
09:39 / p-link / riflessioni, racconti / commenti

venerdì, 04 maggio 2007

 

Dio è morto 

Giunse l’ora. Il tempo non aveva più fine e i pensieri divennero concreti. Un bambino nudo con una lanterna in mano correva per la desolata città urlando: “Dio è morto, Dio è morto!”.
Alcuni signori, figure rilevanti, di una certa importanza per il pervertito, sporsero il loro busto oltre la finestra.
“Chi è che osa urlare queste bestemmie?” tuonò un anziano uomo da una finestra.
“Dio è morto, Dio è morto!” continuava a urlare il bambino nudo con la lanterna in mano.
Alcune figlie d'Eva, che passavano per quella strada dove il fanciullo urlava, si coprirono la bocca inorridite da tale dicerie.
“È morto, è morto!” strillava quella piccola bestia nuda con in mano una lanterna.
“Chi è morto?” chiese un signore, che passando accanto a quel bestemmiatore, lo bloccò tenendolo per un braccio.
“Signore, solo Dio può essere morto. Dio è morto, Dio è morto!”
“Ma cosa dici piccolo eretico?” e giù un ceffone su quell’umile viso.
Il bambino non si scompose, guardò fisso negli occhi quel povero pervertito e gli sorrise, poi si girò e correndo continuò ad urlare: “Dio è morto, Dio è morto!”.
“Presto fermatelo!” qualcuno sbraitò dalla folla.
Il pericolo, la paura di perdere, di abbandonare il potere, di veder cessare il proprio stato animalesco nella società, di prevalere sul più debole, sul più forte, iniziò lentamente a fare la sua comparsa. Era puro terrore…
“Dio è nelle nostre Chiese!” sbraitava un vecchio pazzo all’indirizzo del bambino nudo con la lanterna in mano.
L’infante rise, ma il suo era un riso amaro, un riso di chi conosceva la verità e non poteva far altro che sbeffeggiare i poveri pervertiti, che con il loro stupido sapere avevano rovinato gli uomini.
“Dio è morto, Dio è morto!”.
Blocchi di pietra si eregevano lungo le strade. Strani luoghi di culto erano infetti dalla perdizione. Migliaia e migliaia di pervertiti si radunavano in preghiera per trovare conforto dalla loro rovina dell’essere. Paura, terrore, orrore, il panico della folla.
“Noi abbiamo il sapere, noi dettiamo la verità!” la voce di un uomo si alzò da quella folla.
“Quale verità?” chiese il bambino nudo con la lanterna in mano fermandosi, e poi aggiunse: “dite forse che Dio è morto?”
“Certo che no! Sei solo un piccolo bestemmiatore. Meriteresti le pene dell’inferno!” ruggì uno dei tanti.
“Pene? Inferno? Cosa sono queste inutili parole? Dio è morto, Dio è morto!” ammonì il bambino correndo via.
“Presto fermatelo!”
Tremolio, orrore, disprezzo, questo è quello che la folla avvertì.
“Dio è morto, Dio è morto!”.
“Dio non è morto, stupido demonio. Guardà lì” disse un vecchio indicando una persona vestita di bianco, “Lui è il nostro sapere, Lui è Dio. Come vedi è vivo!”.
Il bambino nudo con la lanterna in mano si avvicinò alla figura vestita di bianco. Lo guardò, lo esaminò, gli scrutò ogni poro della pella e poi gli scoppiò a ridere in faccia.
“Questo è il vostro dio? Questo è il vostro sapere? Un uomo? Dio è morto non capite? Dio è morto, Dio è morto!” ululando il bambino scappò ancora una volta via.
“Quell’uomo è un Pervertito, mettetelo al rogo se possibile!” disse l’infante correndo via, lungo la strada del tempo infinito.
“Predentelo! Egli è la nostra rovina. Fermatelo!”.
“Non vi è alcun sapere in quel Pervertito. Dio è morto, Dio è morto, questo è tutto!”
Il bambino nudo con la lanterna in mano era ormai stufo di correre e di urlare. Si avvicinò lentamente alla folla, scrutò ogni singolo sguardo, sorrideva, era fiero di sapere quella verità. Fissò ancora una volta tutti negli occhi, poi alzò la mano destra e con la sinistra indicò la lanterna. Si elevò un mormorio. Alcune donne svennero, altre cercaro in qualche modo di coprire il loro viso.
Il bambino nudo abbassò il braccio che teneva la lanterna. Il mormorio continuava, e ora, quei bisbigli, sembravano delle vere e proprie urla.
“Guardate tutti!” urlò il bambino prima di soffiare dentro la lanterna spegnendo così la fiamma.
“Questo vi meritate” e dicendo ciò si liberò della lanterna, ormai spenta, lanciandola dritta verso la folla. Poi volse loro le spalle e, a passo lento, scomparve nell’oblio del dimenticatoio.  

Scritto da Sergei
10:17 / p-link / pensieri, riflessioni, racconti, filosofia / commenti (1)

 

BANNER

         BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

              Feed XML offerto da BlogItalia.it

             

In costruzione

 

SI DICE IN GIRO...

L'idealismo è la nobile toga che il politico gentiluomo avvolge sul suo desiderio di potere.

Aldous L. Huxley

LINKS

 

QUESTA SETTIMANA NELLE SALE