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domenica, 18 novembre 2007

 

Horror Vacui 

Gli occhi della fenice viaggiano in giro per il mondo cercando una terra lontana dove poter trovare una risposta ai perché. Più osserva e più si sente sola. È sempre più sola in un mondo fatto a deserto.

Ci stropicciamo gli occhi come un bambino appena sveglio, eppur a nulla serve perché ciò che si vede non può essere cambiato. C’è sabbia per le strade, c’è lerciume tra gli uomini. Ma non importa perché continuiamo a camminare come viandanti lungo un percorso che non siamo tenuti a conoscere. Dirupi, dirupi e niente altro che dirupi ci offre l’orizzonte. Possiamo sederci, assaporare il momento del silenzio ma prima o poi tutti noi saremo costretti ad alzarci e a camminare. Per andare dove non si sa.
E c’è un male che molti chiamano solitudine, che alcuni manifestano in modo bizzarro appellandosi alla massa, cercando rifugio in un –ismo, altri che si lasciano cullare dal nulla apatico, altri che cedono ancora prima di svegliarsi. C’è un perché a tutto questo? Ma a noi non importa il perché né il come. A noi non importa nulla di ciò. Potremmo dire qualsiasi cosa, ma se ciò che vogliamo sentirci non colma il nostro vuoto interiore, la paura profonda di non esistere, a nulla serviranno le parole. E sì che il malato va curato, tuttavia bisogna far riposare anche il viandante che non lo è. Non diamo retta, come spesso accade, a tutti coloro che vogliono vedere nella sofferenza la necessità di una cura, bisogna abbandonarsi ad essa. Queste parole, però, potranno risultare dure, grottesche, inaccettabile per i molti. Non sto affatto parlando dei malati, ma degli orribili qualunque che popolano il mondo, di quegli esseri che spaventano le bestie, di quegli inetti cui ho dedicato tante parole.
C’è ancora orrore per le strade indifferenti degli esseri comuni, masse e masse di popoli che dormono in quel che sembra un eterno letargo. Tutti che continuano ad avere paura della solita cosa: il nulla.
Chi affiderebbe il proprio cammino al signore del buio? Chi partirebbe di soppianto lungo un sentiero nel quale non possiamo vedere nemmeno i nostri piedi?
Il nulla non ha forma, non ha essere, non ha niente perché è nulla. Il nulla è il vuoto che aleggia dentro di noi e che vogliamo colmare con ogni forma di animalismo.
La paura ha concesso ad ogni specie di sopravvivere, la paura è il dono per eccellenza della Natura, un dono che noi continuiamo a rifiutare, abbracciando ogni qual forma di sensismo animale, ossia nel trascurare ciò che l’evoluzione ha donato all’uomo e che esso ha abbandonato, lasciando che sprofondasse nei meandri dell’ignoto: l’intelletto.
Non è questo un appello affinché gli uomini abbandonino il mondo della fantasia e della follia per convertirsi ad un nuovo illuminismo, abbandonando ogni loro decisione alla ragione. No, non è questo il mio intento. Non c’è nulla di più orrendo che lasciare le decisioni e tutto ciò che è volontà in noi, alla ragione. Per troppo tempo abbiamo assistito all’esodo lungo due sentieri che hanno danneggiato l’Io e disgregato il Sé: l’amore per la fede e il neutralismo della scienza. Due strade che hanno abbandonato l’uomo nel nulla di cui ha tanto paura. Nessuno, o pochi, durante questo duro e triste cammino, hanno cercato di riportare l’attenzione del qualunque sul suo obiettivo principale.
Ma qual è questo obiettivo principale? Abbattere o almeno scalfire il muro del presente, demolire il passato e costruire il futuro.
Seduto su una sedia un uomo, ormai anziano, vede passare dinanzi a sé ciò che il ciclo evolutivo ci propone fin dalla Nascita. Quell’uomo, lì seduto, non può far altro che guardare e sforzarsi di capire perché ciò che vede non è mai cambiato.
Non c’è dio a cui appellarsi, non c’è alcuna verità scientifica a cui fare riferimento, l’uomo è solo e così resterà: nel suo eterno letargo.
Chi ha, dunque, il compito di salvaguardare l’Uno dal mostro del Nulla?
La nostra unica possibilità di uscire dal feretro dell’oblio mentale siamo noi.
“Ho voglia di ridere su questa tua enorme banalità!” Allora ridi stolto!
Per risolvere un problema dobbiamo ammettere di averlo. Se io provo un forte disaggio che, consciamente o incosciamente, non voglio accettare, chiunque potrà presentarmi la realtà dei fatti più e più volte ma non lo ascolterò mai perché i miei occhi diventeranno ciechi e la mia mente sarà avvolta dal buio. Non si tratta di avere una gamba rotta che è un dolore oggettivo e su cui non possiamo mentire (scanso pazzia!). Ma le nostre paure, le nostre ansie, non facciamo altro che nasconderle quotidianamente. Qualcuno potrà obiettare che siano sistemi di difesa messi in atto dall’io per salvaguardare la persona. Ma quale animale ha il bisogno di difendersi dal nulla? Meglio ancora, quale lucertola si nasconde in una giornata di sole in cui non incorre in alcuna insidia?
Perché continuare a mentire all’essere umano, perché continuare a minare il fondamento del nostro io dicendo che dobbiamo difenderci dal Nulla?
La paura dell’ignoto, della morte e del dopo, è un fattore che fa parte della nostra biologia, che crea falsi Idoli e falsi Dei.
Solo qualora (ma questo fa parte della mia visione utopistica) ci rendiamo conto di queste nostre impedenze, di questi nostri limiti, possiamo far sì che la paura prenda una forma concreta, che prenda la forma del Nulla e che con essa svanisca, consentendo di prendere visione di noi stessi.
Il risvegliato dirà: “Non esiste altro all’infuori di me.”
Lo stolto capirà che siamo noi che creiamo il nostro mondo e che non esiste una realtà oggettiva all’infuori del nostro pensiero (inteso come modo di vedere le cose). Il pazzo, addirittura, additerà il risvegliato di blasfemia, dicendo che così si distrugge il concetto di Dio e della sua magnifica bontà e potenza. Ma il risvegliato sa bene ciò che ha detto e gli altri della sua specie hanno ben inteso le sue parole.
Posso io spiegare questo arcano mistero del dire del risvegliato? Ovvio che no! E non lo faccio per presunzione o perché io stesso non abbia ben inteso quelle parole. Lo faccio perché è all’Uno, al qualunque che queste parole sono rivolte, e se egli, se loro, non hanno ben compreso questo dire è come cercar di far capire ad un individuo che ha un problema e che egli non possiede volontà nell’accettarlo.
“Sbattere” in faccia la cosiddetta verità (intesa come un dato di fatto oggettivo non un valore assoluto) a qualcuno è quanto di più orripilante possa una persona commettere. È un gesto ignobile di cui non bisogna in alcun modo andarne fieri.
Tutti quegli idioti che affermano di dire sempre ciò che pensano, che volgarmente dicono di non potersi sottrarre al vero, fanno parte di una delle razze più brutte che l’intelletto umano ha potuto creare.
Non tutti hanno lo stesso grado di intelligenza, intesa come capacità comportamentale e di accettazione, ma allo stolto condottiero della verità ciò non importa perché pensa di essere nel giusto. Siccome individuare ciò che è giusto da ciò che non lo è, non è nell’interesse di queste parole, lo stolto passerà dall’intelligenza umana all’intelligenza di un primate, più simile alla bestia che all’uomo.
L’unica verità che può essere proferita è quella dell’uomo in quanto umano e non bestia, l’uomo che diviene consapevole di sé e che progredisce lungo questo “nuovo cammino”. Tutto il resto fa parte della storia e di un mondo che non deve più appartenerci, di un mondo mentore, il cui allievo riesce a superare il maestro individuandone i limiti.
Che la fiamma venga spenta e poi riaccesa! Le fondamenta vanno distrutte. Solo qualora si riuscirà ad accettare questo ignoto si potrà parlare di una nuova costruzione, di un nuovo fuoco dal quale sorgerà una nuova vita.

Scritto da Sergei
10:26 / p-link / pensieri, riflessioni, vita, sfoghi, filosofia / commenti

 

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