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martedì, 08 luglio 2008

 

Esperimento 06 - Un abbraccio 

G. H. uscì dal bagno. Aveva indosso una accappatoio blu e si stava passando un asciugamano sulla testa. Era una tranquilla giornata estiva, né umida né troppo calda, insomma una giornata tristemente perfetta, perfettamente schifosa. Poggiò le chiappe sul letto e posò l’asciugamano sul collo. Fissò a lungo il vetro che gli proiettava un mondo carico di colori, un mondo perfetto proprio come quella giornata; una perfezione colorata dal letame. Deluso e un po’ sconfortato si lasciò cadere completamente sul letto. Prese una rivista dal comodino. Sfogliò qualche pagine, solite tette e culi, e poi la riposò lì dove l’aveva presa. G. H. era un uomo molto impegnato, ma a lui non dispiaceva. I soldi non gli mancavano di certo. Aveva sollevato dal baratro della disperazione tre o quattro aziende e ne aveva fatte decollare almeno una cinquantina. Sbruffò ed iniziò a fissare il soffitto. La mano destra accarezzava i capelli umidi. Si sentiva solo e un po’ sfiduciato. “Chissà come mai?” pronuncio nella sua testa. Lasciò perdere i capelli e scese con le mani lungo il corpo accarezzandolo. Quando trovò il suo arnese comincio a toccarlo. Il fatto di essere così al naturale lo eccitava non poco. Pensò a sua moglie che era andata qualche giorno dalla madre. Stava per avere un’erezione e così tolse la mano dal suo uccello e lo coprì con l’accappatoio. Si girò su un fianco e guardò il paesaggio. “Niente male, proprio una bella giornata.” Iniziò a sbadigliare, vuoi per noia, vuoi per qualche cazzo, ma sembrava non smetterla più. Bussarono alla porta della camera da letto. “Sì?” disse con eccessiva noia. La porta si aprì ed entrò la domestica. “Dovrei posare queste” disse. Aveva in mano alcuni vestiti ed asciugamani. “Certo, fa’ pure M.” La domestica, una donna di ventisette anni, che ormai vivevano con loro da tre, indossava la classica tenuta da domestica, una specie di camicia nera con orli bianchi e gonna, ai piedi scarpe dal tacco basso. M. aprì un cassetto di un mobile alla destra del letto, proprio vicino alla porta, e sistemò alcune cose dentro. G. H. era di spalle che sbadigliava, poi con estrema lentezza si girò. L’accappatoio lasciava intravvedere parte del suo pene, ma a lui non importava affatto. La domestica chiuse il cassetto e si avvicinò al comodino. “Senti” disse G. H mentre si passava una mano sul suo uccello, “a che ora torna mia moglie?” M. chiuse l’anta del comodino. “Dottore, ma cosa dice? Sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni” disse con aria seria che non lasciava traspirare alcuna emozione. Insomma, totale indifferenza. G. H. tirò dentro le labbra e annuì con la testa. “Perdonami, mi sento un po’ confuso. È che proprio non capisco.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare.” La domestica andò nel bagno a sistemare qualcosa. Dopo un minuto ne uscì e trovò G. H con il cazzo ritto in mano nell’intento di spararsi una sega. Lei lo guardò con estrema indifferenza e tornò nel bagno. Ne uscì poco dopo con un cesto di panni sporchi. G. H. era ancora lì che si trastullava. I suoi pensieri erano completamente persi in un mondo fatto di ippocampi. Non stava pensando a un cazzo, in compenso si masturbava.
“Senti M.” disse mentre fissava come un ossesso il soffitto, “ti andrebbe di farmi un pompino?”
La domestica posò a terra il cesto dei panni sporchi. “Come vuole, dottore.” Si tolse le scarpe e salì sul letto. A carponi si avvicinò al pene di G. H. Cominciò a masturbarlo mentre lui fissava sempre il soffitto. Poi con la lingua partì dalle palle e risalì lungo l’asta, per poi divorarlo tutto. Andava su e giù con la bocca mentre la lingua lavorava dall’interno. Si spostò i neri capelli che le erano caduti in avanti. Indossava grandi orecchini d’oro. Nessun verso, nessun lamento né godimento. G. H. sembrava essere tornato tra i presenti. Guardò la donna mentre glielo succhiava; vide la lingua con il piercing che lavorava sulla cappella. Ogni volta che quel pezzo di metallo toccava il glande avvertiva un fremito, quasi credeva di venire. M. alzò gli occhi per vederlo godere. Lui la osservò per qualche secondo. Provò ad allungare la mano per accarezzarla, ma non ci riuscì, era troppo lontana. Sospirò e tornò a guardare la donna. Un bottone del camice era saltato, lasciando trapelare il seno protetto dal pizzo nero. Si eccitò parecchio vedendolo. Aveva una terza abbondante e un corpo magro. Le ricordava sotto certi aspetti sua moglie. “Sei proprio una brava ragazza, mi dispiace molto.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare” e ingoiò il suo uccello fin giù le tonsille.
G. H. ebbe un fremito. Le gambe iniziarono a vibrare e poi a tremare. Fiotti di sperma finirono nella bocca di M., ma era talmente tanto che iniziò a colarle lungo i bordi della bocca. La ragazza ingoiò il dovuto, mentre una barba bianca andava formandosi sul volto. Scese dal letto e si infilò le scarpe. G.H. smise di fissare il soffitto e portò lo sguardo sul suo pene. Gli occhi si inumidirono. La domestica andò nel bagno, seguita poco dopo da G. H.
Si pulirono e si sistemarono entrambi. Fu ancora una volta la domestica ad uscire per prima.
“A che ora torna la signora M.?” le chiese ancora una volta. “Dottore, sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni.”
“È vero, è vero. Mi dispiace.”
“Lo so, lo so, non si deve preoccupare.”
Una lacrima scese lungo il volto di G. H.
La domestica prese il cesto dei panni sporchi ed uscì dalla stanza. Dopo qualche minuto ritornò per posarlo, vuoto, nel bagno.”
“M., ascolta” disse G. H. avvicinandosi a lei. “Hai un po’ di tempo?” le sbottonò il camice e lo gettò a terra. Lei si tolse il reggiseno e tirò giù la zip della gonna. Guardò l’orologio su un mobile e disse: “Ho un quarto d’ora, più o meno.”
“Bene” rispose G. H. e l’aiutò a togliersi la gonna e gli slip. Non c’era alcuna eccitazione nel suo corpo e la domestica lo sapeva.
“Che ne diresti” apparve un po’ imbarazzato, “se noi…” M. lo interruppe. “Non deve dottore, non deve esserlo. Ci sono tante altre persone come lei, non deve sentirsi imbarazzato. Sono sicuro che saprà cosa fare.”
G. H. lasciò che l’accappatoio gli scivolasse dal corpo.
“Possiamo, quindi?” pronunciò con un’aria un po’ eccitata, come un bambino che chiede e sa che otterrà dal genitore quel sta per chiedere.
“Certo” disse lei. Gli prese la mano. Si tolse le scarpe e si recarono sul letto. Salì prima lui, questa volta, e poi lei.
“Mi dispiace” disse ancora una volta lui e accompagnò queste parole con delle lacrime.
“Non deve, dottore, non deve farlo. Non si vergogni.”
Le braccia di lei si strinsero al suo corpo. Lui la guardò giusto un secondo e si strinse a lei. I due corpi nudi si strinsero finalmente l’un l’altro, in un caldo abbraccio privo di alcuna erezione.

Scritto da Sergei
16:26 / p-link / riflessioni, racconti, vita / commenti

martedì, 26 febbraio 2008

 

Esperimento 03 - Tentativo mal riuscito 

-       Cosa c’è che non va?

-       Nessuno mi capisce. Vorrei solo che qualcuno fosse in grado di farlo.

-       Perché credi che nessuno ti capisca? Cosa ti induce a pensare una cosa del genere?

-       Il solo fatto di vedere che tutti siano certi di sapere cosa devo fare, cosa sia meglio per me. Ecco, già questo è un motivo per credere che nessuno mi capisca. In fondo non cerco un uomo da sposare, voglio solo che qualcuno capisca quello che sto passando, quello che mi frulla nella testa.

-       Cosa pensi ti stia, come hai detto? Frullare, giusto? Ecco cosa pensi ti stia frullando in testa?

-       Io… non lo so di preciso.

-       Però credi che ci sia qualcosa.

-       C’è qualcosa!

-       Cos’è?

-       Non lo so! (singhiozza). Non è propriamente una sensazione (si aiuta con un fazzoletto), ma avverto qualcosa, c’è qualcosa in questa mia testa.

-       Qualcosa che neanche tu conosci bene.

-       Già (si soffia il naso).

-       E vorresti qualcuno che ti aiutasse a capire, vero?

-       Non proprio. Non è solo questo qualcosa (mima con le dita due virgolette), è anche tutta una serie di comportamenti che gli altri non capiscono.

-       Puoi essere più chiara?

-       Mettiamo caso che io passi le giornate buttata su un divano. Magari voglio solo un gelato, qualcosa che mi rinfreschi. Ho degli amici, tutte ottime persone, non le sostituirei con niente al mondo, ecco, ma metta caso che in questa mia voglia di gelato mi venga presentato un piatto di tortellini in brodo. Ovvio che io ringrazi chi me li offre, ma nutro anche una sorta di odio nei suoi confronti perché non ha capito di cosa avessi bisogno. (Appare più serena)

-       Quindi il problema è tra il gelato e i tortellini?

-       No! (Un accenno di ira nasce nei suoi occhi) Il problema non è tra il gelato e i tortellini, il problema è tra quello che voglio e quello che mi si presenta.

-       Che ti si presenta o che ti viene presentato?

-       Voglio il gelato! (Stringe i pugni)

-       Perché, credi di non meritarti il gelato?

-       Chi sta parlando di meriti? Io voglio il gelato ma mi vien dato dell’altro.

-       Dici, quindi, che il gelato ti tocca di diritto?

-       È un mio volere, ovvio che mi tocca!

-       Però ti viene dato dell’altro.

-       Esatto. (Silenzio per una decina di secondi) Qualcosa si sta rompendo. Forse sono i nervi, forse la mia pazienza. Perché nessuno capisce… (lascia cadere la frase)

-       Tu vuoi il gelato, e fin qui ci siamo, ma hai mai chiesto il gelato?

-       C’è la necessità di chiederlo?

-       Io sono in un bar, ordino un caffè macchiato e mi viene portato un bicchiere di bourbon. Cosa pensi che abbia fatto il cameriere?

-       Si è sbagliato.

-       Giusto. Più precisamente qual è la causa del suo errore?

-       Era distratto, non prestava attenzione, ha capito dell’altro. Cosa ne posso sapere io?

-       Problemi di comunicazione. Magari non ha capito bene cosa ho detto io, può darsi?

-       Sì, ma come ho già detto, può darsi anche che era distratto.

-       Mettiamo caso che sia cosi. Lui era distratto, magari non aveva voglia di lavorare, era stanco, eccetera. La colpa di chi è?

-       Ovviamente sua. Se lavora deve mantenere una certa professionalità.

-       Bene. Potevo fare qualcosa io?

-       Se entro in un bar e ordino qualcosa di certo non mi metto a vedere se il cameriere è sveglio oppure no.

-       Perché non lo faresti?

-       Voglio un caffè e ordino un caffè.

-       Sì. Se ti viene però servito dell’altro come nel mio caso?

-       Chiamo nuovamente il cameriere e gli dico che non ho ordinato un bourbon.

-       Lui insiste che tu l’hai ordinato.

-       Si sbaglia, io non gliel’ho chiesto. Volevo un caffè.

-       Il cameriere continua ad insistere.

-       Si sbaglia (sembra un po’ smarrita, lo sguardo vaga per la stanza).

-       Su questo siamo tutti d’accordo. Lui però vuole rifilarti lo stesso il bourbon, non perché te lo vuole vendere a tutti i costi, ma perché è convinto che tu hai ordinato quello.

-       Ma non l’ho fatto! (Sbotta sbattendo le mani sul divano)

-       Per me lo hai fatto. Hai ordinato del bourbon anziché un caffè.

-       Non è possibile! Quando lo avrei fatto?

-       Quando hai ordinato del caffè.

-       Mi prende in giro?

-       Entri un bar, magari è anche un bel bar, bello grosso, un mucchio di persone. Prendi un tavolo. Intorno a te ci saranno una decina di tavoli neri, ovviamente sono tutti occupati. Tu prendi il tavolo bianco, tra l’altro è l’unico di quel colore. Sei seduta, alzi la mano, il cameriere ti si avvicina e tu ordini il caffè. In tutto questo c’è un piccolo particolare.

-       Che il cameriere ha segnato del bourbon?

-       No. Appena entri tu vedi un colore, il bianco, e ti ci fiondi sopra. Prendi posto e continui a guardare il tavolo bianco. Le persone intorno a te parlano dei loro affari, nulla che ti riguardi ovviamente. I camerieri vanno avanti e indietro, prendendo ordinazioni su ordinazioni. I loro volti sono stremati. Forse non vengono nemmeno pagati bene, lavorano a nero, chi lo sa? Il tuo sguardo, tuttavia, è ancora fisso sul tavolo. Di che colore sono gli occhi del cameriere? I capelli? È un uomo o una donna?

-       Non lo so.

-       Giusto. Perché non lo sai?

-       Credo… (appare imbarazzata) perché non l’ho visto.

-       Può bastare per oggi.

-       Così presto?

-       Il tempo, mia cara, è trascorso come al solito. Ora (le passa un guinzaglio) dobbiamo andare.

-       Dove?

-       Devo marcare territorio.

Scritto da Sergei
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domenica, 18 novembre 2007

 

Horror Vacui 

Gli occhi della fenice viaggiano in giro per il mondo cercando una terra lontana dove poter trovare una risposta ai perché. Più osserva e più si sente sola. È sempre più sola in un mondo fatto a deserto.

Ci stropicciamo gli occhi come un bambino appena sveglio, eppur a nulla serve perché ciò che si vede non può essere cambiato. C’è sabbia per le strade, c’è lerciume tra gli uomini. Ma non importa perché continuiamo a camminare come viandanti lungo un percorso che non siamo tenuti a conoscere. Dirupi, dirupi e niente altro che dirupi ci offre l’orizzonte. Possiamo sederci, assaporare il momento del silenzio ma prima o poi tutti noi saremo costretti ad alzarci e a camminare. Per andare dove non si sa.
E c’è un male che molti chiamano solitudine, che alcuni manifestano in modo bizzarro appellandosi alla massa, cercando rifugio in un –ismo, altri che si lasciano cullare dal nulla apatico, altri che cedono ancora prima di svegliarsi. C’è un perché a tutto questo? Ma a noi non importa il perché né il come. A noi non importa nulla di ciò. Potremmo dire qualsiasi cosa, ma se ciò che vogliamo sentirci non colma il nostro vuoto interiore, la paura profonda di non esistere, a nulla serviranno le parole. E sì che il malato va curato, tuttavia bisogna far riposare anche il viandante che non lo è. Non diamo retta, come spesso accade, a tutti coloro che vogliono vedere nella sofferenza la necessità di una cura, bisogna abbandonarsi ad essa. Queste parole, però, potranno risultare dure, grottesche, inaccettabile per i molti. Non sto affatto parlando dei malati, ma degli orribili qualunque che popolano il mondo, di quegli esseri che spaventano le bestie, di quegli inetti cui ho dedicato tante parole.
C’è ancora orrore per le strade indifferenti degli esseri comuni, masse e masse di popoli che dormono in quel che sembra un eterno letargo. Tutti che continuano ad avere paura della solita cosa: il nulla.
Chi affiderebbe il proprio cammino al signore del buio? Chi partirebbe di soppianto lungo un sentiero nel quale non possiamo vedere nemmeno i nostri piedi?
Il nulla non ha forma, non ha essere, non ha niente perché è nulla. Il nulla è il vuoto che aleggia dentro di noi e che vogliamo colmare con ogni forma di animalismo.
La paura ha concesso ad ogni specie di sopravvivere, la paura è il dono per eccellenza della Natura, un dono che noi continuiamo a rifiutare, abbracciando ogni qual forma di sensismo animale, ossia nel trascurare ciò che l’evoluzione ha donato all’uomo e che esso ha abbandonato, lasciando che sprofondasse nei meandri dell’ignoto: l’intelletto.
Non è questo un appello affinché gli uomini abbandonino il mondo della fantasia e della follia per convertirsi ad un nuovo illuminismo, abbandonando ogni loro decisione alla ragione. No, non è questo il mio intento. Non c’è nulla di più orrendo che lasciare le decisioni e tutto ciò che è volontà in noi, alla ragione. Per troppo tempo abbiamo assistito all’esodo lungo due sentieri che hanno danneggiato l’Io e disgregato il Sé: l’amore per la fede e il neutralismo della scienza. Due strade che hanno abbandonato l’uomo nel nulla di cui ha tanto paura. Nessuno, o pochi, durante questo duro e triste cammino, hanno cercato di riportare l’attenzione del qualunque sul suo obiettivo principale.
Ma qual è questo obiettivo principale? Abbattere o almeno scalfire il muro del presente, demolire il passato e costruire il futuro.
Seduto su una sedia un uomo, ormai anziano, vede passare dinanzi a sé ciò che il ciclo evolutivo ci propone fin dalla Nascita. Quell’uomo, lì seduto, non può far altro che guardare e sforzarsi di capire perché ciò che vede non è mai cambiato.
Non c’è dio a cui appellarsi, non c’è alcuna verità scientifica a cui fare riferimento, l’uomo è solo e così resterà: nel suo eterno letargo.
Chi ha, dunque, il compito di salvaguardare l’Uno dal mostro del Nulla?
La nostra unica possibilità di uscire dal feretro dell’oblio mentale siamo noi.
“Ho voglia di ridere su questa tua enorme banalità!” Allora ridi stolto!
Per risolvere un problema dobbiamo ammettere di averlo. Se io provo un forte disaggio che, consciamente o incosciamente, non voglio accettare, chiunque potrà presentarmi la realtà dei fatti più e più volte ma non lo ascolterò mai perché i miei occhi diventeranno ciechi e la mia mente sarà avvolta dal buio. Non si tratta di avere una gamba rotta che è un dolore oggettivo e su cui non possiamo mentire (scanso pazzia!). Ma le nostre paure, le nostre ansie, non facciamo altro che nasconderle quotidianamente. Qualcuno potrà obiettare che siano sistemi di difesa messi in atto dall’io per salvaguardare la persona. Ma quale animale ha il bisogno di difendersi dal nulla? Meglio ancora, quale lucertola si nasconde in una giornata di sole in cui non incorre in alcuna insidia?
Perché continuare a mentire all’essere umano, perché continuare a minare il fondamento del nostro io dicendo che dobbiamo difenderci dal Nulla?
La paura dell’ignoto, della morte e del dopo, è un fattore che fa parte della nostra biologia, che crea falsi Idoli e falsi Dei.
Solo qualora (ma questo fa parte della mia visione utopistica) ci rendiamo conto di queste nostre impedenze, di questi nostri limiti, possiamo far sì che la paura prenda una forma concreta, che prenda la forma del Nulla e che con essa svanisca, consentendo di prendere visione di noi stessi.
Il risvegliato dirà: “Non esiste altro all’infuori di me.”
Lo stolto capirà che siamo noi che creiamo il nostro mondo e che non esiste una realtà oggettiva all’infuori del nostro pensiero (inteso come modo di vedere le cose). Il pazzo, addirittura, additerà il risvegliato di blasfemia, dicendo che così si distrugge il concetto di Dio e della sua magnifica bontà e potenza. Ma il risvegliato sa bene ciò che ha detto e gli altri della sua specie hanno ben inteso le sue parole.
Posso io spiegare questo arcano mistero del dire del risvegliato? Ovvio che no! E non lo faccio per presunzione o perché io stesso non abbia ben inteso quelle parole. Lo faccio perché è all’Uno, al qualunque che queste parole sono rivolte, e se egli, se loro, non hanno ben compreso questo dire è come cercar di far capire ad un individuo che ha un problema e che egli non possiede volontà nell’accettarlo.
“Sbattere” in faccia la cosiddetta verità (intesa come un dato di fatto oggettivo non un valore assoluto) a qualcuno è quanto di più orripilante possa una persona commettere. È un gesto ignobile di cui non bisogna in alcun modo andarne fieri.
Tutti quegli idioti che affermano di dire sempre ciò che pensano, che volgarmente dicono di non potersi sottrarre al vero, fanno parte di una delle razze più brutte che l’intelletto umano ha potuto creare.
Non tutti hanno lo stesso grado di intelligenza, intesa come capacità comportamentale e di accettazione, ma allo stolto condottiero della verità ciò non importa perché pensa di essere nel giusto. Siccome individuare ciò che è giusto da ciò che non lo è, non è nell’interesse di queste parole, lo stolto passerà dall’intelligenza umana all’intelligenza di un primate, più simile alla bestia che all’uomo.
L’unica verità che può essere proferita è quella dell’uomo in quanto umano e non bestia, l’uomo che diviene consapevole di sé e che progredisce lungo questo “nuovo cammino”. Tutto il resto fa parte della storia e di un mondo che non deve più appartenerci, di un mondo mentore, il cui allievo riesce a superare il maestro individuandone i limiti.
Che la fiamma venga spenta e poi riaccesa! Le fondamenta vanno distrutte. Solo qualora si riuscirà ad accettare questo ignoto si potrà parlare di una nuova costruzione, di un nuovo fuoco dal quale sorgerà una nuova vita.

Scritto da Sergei
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giovedì, 16 agosto 2007

 

L'Io, il Sè, le Opinioni: il Supremo 

Partiamo da un presupposto, ossia quello di essere un animale dotato di un’eccezionale grado di intelligenza, ma al contempo di avere delle carenze notevoli sotto il profilo fisico, rispetto a tutti gli altri animali.
Accurato tale presupposto bisogna cercare di approfondire cosa questa “eccezionale” intelligenza comporti nell’animale uomo.
C’è una differenza tra le “bestie” e gli esseri umani? Non mi soffermo su questo punto in quanto lo si può dimostrare quotidianamente come tali differenzi siano banali. Ciò vuol dire che questo uomo pensante, in realtà non differisce granché dal normale animale, denominato qui bestia per differenziarlo dal pensante essere chiamato uomo.
Premesso ciò, ossia che l’uomo e la bestia nel contesto siano simili in quanto l’uno concatenato all’altro, perché simili nei comportamenti, bisogna però chiarire questo concetto.
I più potranno obiettare che vi siano differenze sostanziali tra gli uomini e le bestie, ma io purtroppo cieco del mio falso sapere, non le riesco a notare.
Questo volere a tutti i costi elevare l’uomo ad un dio, simile al vitello d’oro, conduce ad una evitabile conclusione. Qual è questa conclusione? Procediamo con l’argomentare.
Dai 0 ai 3 anni, il bambino è simile ad una spugna e apprende tutto ciò che può apprendere. Ma cosa accade dopo?
Una volta stabilizzato l’Io e formato il Sé, l’uomo apprende che quegli istinti latenti nel suo animo, accostabili a quelli della bestia, sono ancora presenti in “esso” e vanno portati alla luce. Di quali istinti sto parlando? Sbaglio nell’utilizzare il plurale, perché l’unico grande istinto che rende l’uomo ancora simile alla bestia, malgrado questa ostentata intelligenza, è la perversione.
Cos’è dunque la perversione? È il volere a tutti i costi essere bestie, ossia voler predominare l’uno sull’altro. E non c’è nulla da vergognarsi, eccetto che veniamo definiti esseri pensanti e dotati di un’intelligenza superiore agli animali, pardon, bestie.
Dunque l’intelligenza contraddistingue l’uomo dalla bestia, ma contraddistingue anche ogni uomo dall’altro uomo.
Ognuno è intelligente a modo suo, e per forza di cose, vi deve essere qualcuno sempre superiore all’altro. Ecco che la perversione torna in atto. L’essere più intelligente di un altro non è affatto malvagità. Vi è però un dubbio che dovrebbe nascere nella mente, ed è quello di chiedersi cosa sia l’intelligenza. L’intelligenza è ciò che ti fa domandare cosa essa sia. Troppo banale! Noi cerchiamo i paroloni, il disvelamento della verità, peccato che questa non esista.
Nessuno insegna mai a nessuno, che tutti siamo intelligente in egual modo. Tutti siamo dotati di un certo grado di intelligenza prima, che rende l’uomo ciò che è. Il solo pensare ci rende esseri intelligenti, pur tuttavia, ciò non viene mai reso chiaro negli insegnamenti occulti della cultura. Ciò a cui veniamo sottoposti, costretti, nell’arco di una formazione scolastica e culturale, è pura stupidità intellettuale. Perché nelle scuole non si parla di egualità intellettuale prima? Perché vi è il continuo bisogno di gareggiare. Cos’è la gara se non una stupida messa in scena della repressione della perversione stessa? Noi gareggiamo per vincere, per essere i primi i più forti. Certo si potrebbe obiettare che molte volte si gareggia per puro divertimento, ma queste sono le favole che vengono raccontate ai bambini prima di andare a letto. Nessuno mai, nel gareggiare, oserà perdere. Si gareggia per il puro gusto del divertimento. Bene! Ma ciò sta ad indicare soltanto che vi sarà una minore intensità, un minore accanimento, nel cercare la vittoria. Se ciò non fosse vero non vi sarebbe motivo di gareggiare.
Quindi l’intelligenza prima è la base per ogni sapere. Come si può insegnare la matematica, o qualunque altra disciplina, se prima non siamo consci di chi siamo? Una storiella inventata da non so chi, vuole che l’essere umano da una quantità di generazioni infinite, si ponga la domanda che recita: “Chi siamo?”
Assurdità! Per milioni di anni l’uomo si è posto una “banalissima” domanda senza aver in alcun modo dato una risposta. Certo che una domanda ben posta vale mille risposte. Ma rasentare il ridicolo è altro. È come se un uomo privo di gambe si domandasse perché non cammina. Se gli insegnamenti che ci vengono posti con dittatura non chiariscono dilemmi esistenziale, cosa essi servono? A renderci schiavi della definizioni? Perché non ci viene insegnato a pensare per prima e poi a ragionare ed infine a leggere? Perché non ci viene detto che partiamo tutti da un’intelligenza prima che ha il compito di evolversi?
Perché con l’intelligenza prima è sì vero che siamo gli uni uguali agli altri, ma ciò, una volta avvenuta la maturazione intellettuale, ci rendere tutti simili e nessuno uguale. Ed ecco che nasceranno i grandi geni, i grandi pensatori e i grandi stupidi.
Nel percorso ci saranno mille e uno intoppi, traguardi non raggiunti, mete non definite. Cosa distingue il genio dallo stupido è una cosa, e ciò che distingue lo stupido dal grande pensatore è altra cosa. Nel primo caso bisogna inginocchiarsi alla magnificenza dell’intelligenza evoluta umana, ma parliamo di casi estremamente rari. Geni del calibro di Leonardo da Vinci, non nascono giorno dopo giorno. Ma ciò che differenzia lo stupido dal grande pensatore è cosa quotidiana.
Il grande pensatore non deve assolutamente essere un genio. Non deve in alcun modo ritenersi tale, perché questo suo epiteto sta ad indicare colui che è riuscito a comprendere tutte quelle realtà che non vengono insegnate perché rischiano di distruggere la perversione.
Ci sono realtà, o verità, a seconda che il lettore preferisca, che non vengono in nessun, eccetto rari casi, insegnati in alcun tipo di istituzione, o denunciate in alcun testo di “cultura”.
Il grande pensatore è colui il quale riesce a liberarsi delle opinioni comuni, per dirla alla Mill, ma non solo, è il dormiente che abbandona il mondo onirico per aprire gli occhi, per utilizzare il nervo ottico dopo millenni di sonno. Dimenticare la realtà inventata che ci è stata presentata come vera per lunghi secoli, è questo che rende prestigioso il grande pensatore. Non è dunque il discutere dell’Essere, o parlare di ontologia e metafisica, non è questo il grande pensatore. Costui è soltanto colui che si burla del vero. Quasi dimenticavo che la verità non esiste! Ma se la verità non esiste perché ci si accanisce tanto ad indicare qualcosa come vero?
Eliminiamo quindi i vocaboli vero e verità. Ciò che viene indicato con questi due (o più) termini vuol star a significare quel ragionamento, o processo di pensiero, che sembra essere più convincente. Affinché ciò sia vero, permettetemi il gioco di parole, occorre che tale dire sia in continua pressione, ossia che venga continuamente sottoposto a confutazione (come del resto deve avvenire assolutamente per queste mie parole), perché solo così si potranno avere dei pensieri corretti. Che poi tali congetture possano risultare orripilanti o piene di saggezza non è il nostro, né mio compito stabilirlo.
Dunque, l’uomo è simile all’altro perché dotato di un’intelligenza prima che poi tenderà all’evoluzione come giusto sia. Nell’evoluzione entrano a far parte diverse circostante. Ne ho già chiarito una ed indicato come dovrebbe (se pur superficialmente) avvenire un corretto pensiero. Vi è bisogno però, di porre particolare attenzione anche sull’inconscio umano, ossia di quella parte sconosciuta a noi essere umani.
Per Freud l’inconscio è la protezione che spetta di diritto all’uomo, senza il quale, o almeno mi pare di così concludere, l’uomo impazzirebbe. Se non utilizzassimo l’ombrello ci bagneremmo. L’ombrello, tuttavia, può coprire per buona parte la nostra visuale, così da non renderci ben chiaro il cammino. Bisogna guardare bene dove si va! Si potrebbe cadere di un fosso simile all’ignoto!
Ma cosa accade se non utilizzassimo l’ombrello? Che l’acqua bagnerebbe il nostro corpo rischiando di buscarci qualche malanno. Così facendo però apprezzeremmo due cose: la pioggia e il mondo che ci circonda perché non abbiamo una sorta di paraocchi a limitarci la vista.
Può avvenire ciò nella vita comune? L’eliminazione dell’inconscio porterebbe l’uomo alla pura follia. Tutte le sue paure, tutti i suoi desideri sarebbero rilevati e in alcun modo più protetti.
Da tale dire si potrebbe concludere semplicemente che l’inconscio non può essere portato a livello cosciente permanentemente. Dicendo ciò però lascio spazio qualora si volesse insinuare che all’inconscio un mezzo spiraglio lo si può lasciare in modo tale che contatti mosciamente con il vero Io.
L’interpretazione dei sogni, che prima Freud, poi Jung e infine molti anni, hanno avvalorato e portato avanti, se la si vuol accertare come vera (buffo come tale parola torni sempre!), è un modo come un altro per portare a conoscenza i nostri istinti repressi. Ma represso è anche l’istinto primordiale di dominare che è conosciuto come perversione. Vi è un nesso tra queste cose?
Ritorniamo a parlare dell’inconscio, ma questa volta sotto un aspetto ben diverso. L’inconscio non è lo scudo ma è la parte ignota. Il mio inconscio, dunque, è ciò che rende ignaro l’uomo a se stesso.
Animali come i gatti, non sono consapevoli di cosa sono realmente. Già il solo riuscire a specchiarsi, e quindi vedersi fisicamente nel suo integro, rende l’uomo consapevole di se stesso. Eppure tale consapevolezza sembra sparire nell’inconscio. Cosa accade? Accade che il continuo fluire di sangue animale nelle vene dell’uomo, lo induca a credere di essere il supremo. Nascono così un mucchio di idiozie quali ideologie, dogmi, e chi più ne ha più ne metta! Nasce così l’opinione comune (vedi sopra), grande male per una società già popolata da uomini malati. 
La supremazia è un grande male e su questo non si può obiettare, tranne per lo stolto che vuol denigrare queste parole perché convinto che lui è il sapere. Ma questo male conduce il pensiero ad una nuova riflessione che porta alla luce null’altro che finzione.
Il circo della vita, o teatro, a seconda dei gusti, porta la tabula rasa uomo a identificarsi con i suoi istinti, quindi, a manifestarsi sotto tutt’altro aspetto di quello che realmente è. Il voler essere supremo nasconde una profonda disgregazione del proprio Io. E se l’Io è inteso come struttura della persona, ciò sta a significare la sgretolazione della persona stessa. L’uomo non è più nulla.
Perché questo non ci viene insegnato? Perché non ci viene insegnato a vedere e a comprendere?
Torniamo a parlare della distruzione dell’Io. Una volta che si è troncato il legame Io-Sé-Persona, e che si è condotta l’uomo ad una mistificazione di se stesso, bisogna comprendere le cause, ma più di tutto cosa porta l’uomo-bestia a distruggere il suo Io, a distruggersi.
Paura, insicurezza, angoscia. Tre grandi parole che dovrebbero essere di diritto insegnate a tutti.
Lasciamo cadere una goccia in un piatto. Subito dopo lasciamo cadere un’altra goccia, vedremo così un effetto d’unione: da due gocce ne nascerà una sola.
L’uomo nasce e si trova al mondo ignaro di chi è e di dove si trovi (tralasciamo su cosa sia il mondo, la vita etc.). Vi sono quindi tutti gli istinti primordiali che entrano in gioco. Bene questo è giustificato qualora ci trovassimo in fase di evoluzione in un epoca primitiva.
Ma quando una persona nasce oggi giorno viene accudito da una famiglia, e da delle istituzioni che dovrebbero far luce su cosa il mondo sia e su chi egli sia. Malgrado ciò non avviene, ma non disperiamoci per il momento. Una volta che il costrutto dell’Io è terminato, nel momento in cui si relazione con il proprio simile andiamo a creare quello che in molti identificano con il Sé. Il rapportarsi l’un l’altro è di fondamentale importanza per l’accrescimento dell’uomo, non per la società. Aristotele identificava nell’uomo una forte necessità di relazionarsi con l’altro. Con la relazione avviene che quel sentimento represso, quale la perversione, riaffiora e prenda il predominio. Ecco che nascono nelle società le gerarchie Vi deve obbligatoriamente, essere presente un eletto. Ciò naturalmente secondo la “dittatura” della perversione. Da cosa nasce questo forte desiderio di supremazia?
Ho già citato la perversione, ma insieme bisogna anche ricordare la paura, l’insicurezza e l’angoscia. Un uomo che ha paura cerca protezione, e se la protezione che trova non gli si adegua, nel senso che non lo rende sicuro tanto da renderlo insicuro, visto che le mura che lo proteggono sono fatte di briciole di pane, subentra in uno stato di angoscia.
Quindi se vi è un capo, per quanto possa essere odiato, pone l’uomo in uno stato di sicurezza liberandolo dalla paura e, soprattutto, dall’angoscia.
Se vi è un capo, nascerà in qualcuno quel forte desiderio di spodestarlo per prendere il suo posto, per prendere il potere e comandare sugli altri. Perché tale desiderio? Perché lo rendere sicuro, lo priva di quell’angoscia che gli rovinerebbe l’esistenza. Se lui comanda tutti la debbono pensare come lui, o per lo meno in buona parte, e ciò lo rende sicuro. Ma già solo il fatto di essere il numero uno lo rendere in una posizione di sicurezza che toglierà in lui ogni forma di angoscia.
L’angoscia, dunque, rappresenta il limite posto all’intelligenza umana, al di là del quale vi è l’ignoto. L’ignoto è il non immaginabile. Come si può parlare di qualcosa che non esiste? Posso parlare forse di una persona che non conosco? È questa la Grande Paura!
La paura dell’ignoto costringe l’uomo a far fiorire l’istinto della perversione e a dominare sull’altro.
Cosa ne sarebbe del potere se ciò non avesse più il compito di liberare l’uomo dalla sua più Grande Paura? Sarebbe repressa e costretta ad estinguersi, proprio come quegli animali che nel passato non sono riusciti a sopravvivere, lasciando spazio così ad una nuova specie più forte.
L’angoscia-ignoto conduce inesorabilmente all’inconscio. Se l’uomo non conosce se stesso e vuol dominare perché costretto dalla Grande Paura, cosa avverrebbe nel caso in cui l’uomo fosse illuminato, per dirla in termini orientali?
Le tre grandi C: consapevolezza, conoscenza e coscienza.
L’uomo parte in uno stato avvantaggiato rispetto ad ogni altra bestia, non solo per il fatto di avere un’intelligenza base (ed è bene ricordarlo) che si può evolvere con il tempo, ma parte, soprattutto, da uno stato di consapevolezza. Parlavo prima dello specchiarsi. Questo semplicissimo atto produce in noi la consapevolezza del nostro fisico, ma ciò di certo non basta. Bisogna conoscere noi stessi, attraverso il raggiungimento e l’accettazione dei nostri limiti, e una volta fatto ciò saremo in grado di essere uomini coscienziosi, persone che conoscono realmente se stessi.
Chi conosce se stesso non ha certo bisogno di imitare ciò che in realtà non si è, per il semplice fatto che ci si è rassegnati a quel che si è. La rassegnazione non deve essere vista come un atto di codardia o di inferiorità, anzi, tutt’altro, essa è il principio primo che andrebbe insegnato ad ogni singolo individuo. Rassegnarsi non vuol dire affatto arrendersi. L’uomo arreso sarà per sempre assoggettato a un potente. Viceversa il rassegnato, se pur apparentemente sconfitto, non dovrà altro che essere ciò che si è, e se pur si è assoggettati a qualcuno di potente (naturalmente “potente” inteso in termini umoristici), non si sarà dei dormienti, ma dei perfetti uomini consci. Certo queste argomentazioni potrebbero apparire alquanto blande.
La sostanziale differenza che vi à quindi, tra l’arrendersi e il rassegnarsi, è che nel primo caso l’uomo arreso sarà per sempre soggetto ad un altro, cercando, se pur odiandolo, di imitarlo quanto più possibile, scadendo così nel pensiero e nell’opinione comune; il rassegnato dal canto suo, essendo coscienzioso della posizione che occupa del disegno di Madre Natura, se pur assoggettato ad un'altra persona, non cercherà in alcun modo di imitarla né di impossessarsi del suo potere, perché ciò che ha lo rende una persona libera.
La rassegnazione non è quindi sinonimo di arrendersi, ma è sinonimo di accettazione. L’accettazione fa parte di quella che ho definito intelligenza prima e che non viene in alcun modo insegnata (perché è sempre bene ricordarlo!) in nessuna istituzione e in nessun testo “culturale”.
Spero che questo mio atto di prepotenza nel dire, non venga inteso in senso lato, ma che venga accolta, confutato, accresciuto, in modo tale da rendere finalmente l’essere umano un essere umano.   

Scritto da Sergei
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giovedì, 26 luglio 2007

 

No more men 

Nella quotidianità della vita, ossia il vivere giorno dopo giorno, è andato perduto un concetto fondamentale, o se si preferisce, un’identità base della propria esistenza. Oggi giorno nessuno più ha voglia di sentir parlare di uomo, di uomini, di esseri pensanti. Va dunque compiendosi quella che molti meglio di me hanno concettualizzato come una profonda crisi di identità. Ma tale crisi da cosa dipende? È una crisi mista all’io o è improntata anche sulle scelte comuni e quindi anche relativa alla società?
C’è un aspetto fondamentale in questa stolta diatriba: la voglia di apparire. Questo continuo mostrarsi a livello esteriore, la praticità di essere esteti, nel peggior dei sensi ovviamente.
La creazione di un’immagine propria come fondo del vero del proprio animo – inteso come io strutturale – conduce alla disintegrazione del sé. Una piccola nota. Per “io” intendo identificare ciò che una persona è, senza l’interferenza di alcun fattore esterno che ne produca il cambiamento. L’io è ciò che siamo e resteremo. Il “sé”, d’altro canto, non può che essere la costruzione dell’individuo al contatto con gli altri esseri, a contatto con la società malata.
Dunque, vi è alla base la necessità di essere belli, di piacere, di seguire un certo stile. E non sto certo parlando dell’estetica crociana. Sto narrando le vicende del nulla che prende forma. Non si discute su un’opera d’arte, né sulla bellezza di una persona. Ciò di cui sto parlando è del male che cerca di corrodere l’io. Il sé ormai è distrutto dall’eterno apparire. È dunque corretto dire che quel che è andato perduto non è possibile in alcun modo recuperarlo? Non parlo di edilizia, parlo di uomini, proprio ciò di cui la gente non vuol sentire.
C’è un dramma ma nessuno ha voglia di ascoltarlo. Le orecchie son sorde e gli occhi son ciechi. Che beffarda la vita! Ti dona, non ti toglie, ma è come se non l’avessi!
Torniamo all’io e al sé. Corrodere l’indistruttibile genera solo una cosa: malattia. Cos’è questa malattia?
Non siamo di fronte a un caso clinico – e per questo mi danno! – da poter lasciare nelle esperte mani della medicina, invece ci troviamo a contatto con il comune che vuol sembrare straordinario. Ciò che è non può essere altro. Inutile proferire parole in merito, eppur l’intelligenza umana continua a creare dei mostri, intesi come corruzione del proprio io e distruzione del sé.
Cosa resta dunque? La forma (non sto citando né Platone né Aristotele). Il solo apparire come scopo d’esistere. Angoscia esistenziale? Non di certo. La paura per la morte genera religioni e altri riti bizzarri, non la voglia di essere ciò che in realtà non si è. La perversione è la soluzione a questo enigma. Ciò non è vero, se pur in piccola parte partecipa all’evento nativo del mostro. La perversione è il sangue della bestia che fluisce nell’essere pseudo-umano, questo però, non può generare la Forma. La schiera di soldati-esteti nasce da un bisogno. Qual è? Insicurezza? Oh che parola blasfema questa! L’insicurezza non è un male è un dono! Non mi dilungherò però su questo aspetto. Qualora si accettasse l’insicurezza come male, questa porterebbe ad una aggregazione di menti che convoglierebbero tutte in un unico, semplice e assurdo pensiero. Religioni, regimi, partiti politici, tutto ciò a cui ci si può aggregare (con o senza il proprio consenso è un altro discorso), questo crea l’insicurezza (intesa sempre in senso maligno e non come dono).
L’esteriorizzare il proprio sé, che in realtà non esiste più in quanto distrutto dal divenire (inteso sempre come quotidiano) relazionare con il Male, porta alla luce il proprio io. Quindi non resta altro nella persona che la pura e semplice disgregazione. Il sé è perduto e l’io viene corrotto, producendo nella persona ogni sorta di male, che ingiustamente, viene identificato come qualcosa di repellente. Si giunge così all’eliminazione automatico dell’uomo in quanto uomo, ossia essere pensante.
Lascio per ora libero pensiero al lettore, sperando che queste parole assumano una qualche “forma” che possa concludere questo mio pensiero.

Scritto da Sergei
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mercoledì, 27 giugno 2007

 

La società perversa 

Dolore, pene, sofferenza. Tali dicerie sono i mali che spettano a coloro i quali avranno deciso di perseguire la strada dell’eterno vedere. Poiché nulla può generarsi dal nulla, la vista va rafforzata con l’esercizio. Vedere non è sintomo di comprensione. Qualora noi vedessimo un animale immobile, nell’intento di godersi la natura, lo insulteremmo dandogli dell’insufficiente mentale. Ordunque, se ciò si chiama vedere non sono in grado di percepire, di comprendere, quale sia il mestiere degli occhi.
L’osservazione, lo scrutare ogni piccola banalità, rende l’uomo libero dalla perversione. Eppur c’è qualcosa che scorre nelle vene di quell’esemplare definito stupidamente uomo. C’è del malsano nel suo ragionamento, c’è dell’ironia nella sua gioia, c’è un principio di perversione in esso. Non riuscire ad andare al di là di un semplice sbadiglio è il risultato di questo male.
La sobrietà del dire spetta a coloro i quali vengono definiti malati, strambi per una società fatta di costumi circensi. Se vi è un paese culturale questi viene dimenticato per lasciar spazio all’idiozia divina, profanatrice di sapere, dove il più scaltro mangia l’altro. È un gioco di potere dove la perversione non può, non deve, lasciar spazio a null’altro. L’assassinio del singolo, la distruzione della consapevolezza.
Una leggenda parla di un uomo cosciente che illuminato dalla consapevolezza cercò di capire, giungendo così alla coscienziosità del proprio essere.
Ma nulla può essere tale perché ci si ostina a credere nella Perversione. Si continua ad obbedire ad un padre pazzo, che anziché istruire il figlio, lo porta ad identificare fiamme e ceneri come la verità.
Ciò che è giusto è vero! Solo menzogne vengono raccontante in questa perversa società. Cos’è la vita se non un singolo, un piccolo meccanismo, una rotella, che deve entrar a far parte di un grosso orologio? È questa la vita? Vi è uomo libero in una società di limitazioni? Dov’è il male principale?
Quello che è noto a tutti è noto solo in parte a questi individui – visione ottimista! – perché la banalità è targata come stupidità. Ciò che è banale è noto a tutti e in quanto noto a tutti resta come tale. È come raccontare di un uomo che da anni cerca di distruggere le mura di casa del vicino senza che questi venga fermato in alcun modo. Si sa, si conosce. E proprio perché si conosce lo si rende ignoto alla mente e abbandonato all’eterno divenire delle cose.
Vi è però un punto che brilla in questo continuo divenire della perversione ed è quello della sofferenza. Soffrire equivale a capire senza però che questi venga a noi chiarito. Vi è dunque, nelle intenzione del pervertito, far sì che i suoi ostacoli vengano visti come dei malanni.
Ansia, depressione, sono solo alcune delle malattie, che in uno stadio di superficialità, prima che divengano vere patologie, permettono all’empio di raggiungere il grado di comprensione: la consapevolezza.
Il voler accettare se stessi come quel che si è, senza così inventare alcun fantomatico grado di perversa superiorità, permette all’individuo di raggiungere la cognizione esatta della Natura. Bada bene, o tu che leggi, a queste parole! Esse di certo non sono messe a caso all’interno di un presunto discorso!
Vedere il delicato muso di un gatto accarezzato dolcemente da un fievole vento, scorgere una lucertola godere del sole, osservare una farfalla che danza tra i fiori, scrutare nell’alto la Luce, tutto ciò sta ad indicare che chi soffre ha la chiave del suo male: la rassegnazione.
Voler cercare di capire cosa sia il proprio male, voler cercare di capire chi si è realmente, questa è la strada che porta alla coscienza del sé. Affinché ciò avvenga vi è bisogno di una chiara opportunità che solo la Natura sa offrire: la semplicità. L’apprezzare la Luce, il farsi bagnare dalla pioggia, lo stupirsi, e non il meravigliarsi, di una Natura cui apparteniamo e che vogliamo negare attraverso proprio la negazione del processo evolutivo: il voler essere a tutti i costi come la bestia.
La perversione è il sangue della bestia che vuol dominare l’altra bestia. Homo homini lupus è vero solo qualora si voglia far credere che prevale il corpo sulla mente. Sicché l’uomo è l’animale più evoluto e, in quanto animale porta in sé il seme della bestia, abbisogna che la razionalità del Logos prevalga sulla perversione. Ma questo mio stupido dire, che in molti additeranno come la finzione di un uomo sofferente del voler liberarsi della sua malattia, non saranno per tale motivo accettate da alcun ente - non uomo - in cui scorre tale seme, perché corruptio optimi pessima. Ricorda però: sensus non est inferendus, sed efferendus.

Scritto da Sergei
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mercoledì, 13 giugno 2007

 

Ansia 

“Chi c’è?”
Seduto su una sedia al centro di una stanza vuota, priva di finestre e di porte, Egli pone la domanda del chi vi sia.
Uno sguardo a destra, uno sguardo a sinistra e null’altro che buio in quella fredda stanza bianca.
Un battito, due battiti, mille battiti al secondo. Guarda le mani e tremano, si tocca la fronte e suda. Si guarda di nuovo attorno e niente altro che angoscia.
“Chi c’è?” chiede nuovamente, ma nessuna risposta può essergli data.
Osserva le sue gambe tremanti e non riesce a pensare. Nebbia, tanta nebbia nella sua mente.
“Chi…?”
Prova a pensare, impossibile riuscirci. Un ammasso di idea prende forma. Allunga il suo braccio: la mano è ancora tremante.
“Perché?”
Si alza dalla sedia e, con gambe molli, cerca di avanzare lungo le pareti bianche.
“Quando?”
Tocca il muro con la mano destra: è freddo. Bussa. Niente.
“Chi c’è?”
Le gambe non lo reggono e cede a quell’enorme peso, in ginocchio dinanzi a quel bianco muro.
“Come…?”
Mille voci affiorano nella sua mente, sussuri, bisbigli, frasi interrotte. Tenta di parlare, ma la sua bocca è impastata e secca al tempo stesso e non riesce altro a dire che: “Io…”
Gli occhi lucidi, vivi di un lacrimoso sospiro che chiede libertà.
“Non volevo, è stato un sbaglio” gli dice singhiozzando un bambino dallo sguardo triste.
Tenta di accarezzargli il volto, ma quella vaga figura sparisce nel vuoto di una stanza che non esiste.
“Non capisco…”
Frasi interrotte, sconnesse, ricordi che non emergono, paura nelle mani e sul volto.
“Vorrei… non posso” ripete a sé pur sapendo che la verità è tutt’altra.
Raggiunge un angolo e si siede a terra poggiando i gomiti sulle cosce e nascondendo il volto tra le mani.
Lenta sulla pelle rovinata di quell’individuo, una piccola goccia discende a tratti come una piccola zattera che affida il suo cammino al vento.
Cerca di volgere lo sguardo a quella sedia nera al centro di quella bianca stanza, eppur non vi è più alcuna seggiola.
“Non volevo, è stato un sbaglio. Ho sbagliato, ma perché…?” gli chiede un ragazzino dal cupo volto.
“Non lo so!” urla Egli.
Si alza, cammina, torna indietro sui suoi passi, senza alcun significato, proprio come queste parole.
Appoggia entrambe le mani sul muro ed un lento fiume di disperazione sgorga dai suoi occhi. Piange, è afflitto. Si lascia cadere sulle ginocchia. Prende a pugni quel muro piangendo sempre più forte. È un delirio, è il delirio della paura. Smette di battere le sue nocche sul muro e gli volta la schiena lasciando cadere il suo peso a terra.
“Non voglio… vorrei… eppure…”
Piange, trema, il cuore batte sempre più forte. È paralizzato dalla tanta nebbia che fluisce lungo i suoi pensieri. Vorrei ma non posso.
“Voglio solo uscire!”
Nessuna porta che si apre, nessun ricordo che emerge, solo tanta paura. Il nulla che rende nulli.
Vuoto, tutto intorno a lui è vuoto. Egli è vuoto, privo di alcun riconoscimento per sé, privo di alcuna emozione.
Piange, ma quella sua lenta follia è al termine. Nessuna lacrima potrà portare via quel suo stato di inefficienza, di empietà, di distruzione del Sé.
“Una porta, voglio una porta. Voglio uscire! Lasciami uscire ti prego!” supplica.
Lasciare che una porta si apri, che un ricordo emerga, è questo che Egli vuole?
Schiaffi, urla, rimproveri. Pallide visioni di un passato che ha lacerato la sua memoria. Un pugno che stringe lo stomaco, fiamme che salgono fino in gola. La nausea dell’andirivieni.
Egli è incredulo allo schiaffo della Maestra, Egli è incredulo allo schiaffo della Madre, Egli è incredulo a tutto ciò.
“Voglio… solo…” scoppia in un nuovo pianto, fatto di odio e ira.
Tutto ciò che lo circonda è nero, di quel nero che avvolge e protegge la mente, un’oscurità irrisoria che vuol eludere l’animo dalla beffa della vita.
“… sapere… perché?”
Una sedia e una corda: dov’è la porta?
Applausi scroscianti cadono giù dalla mente. Egli è sempre più piccolo, sempre più chiuso in quella stanza dalla quale non riesce a fuggire, alla quale non riesce dire addio.
Tutto è buio, tutto è concluso.
“Eppure…”
Frasi non terminate, azioni rimandate. Paura di quel che si è, paura dell’altro, paura dello schiaffo.
“Non voglio!”
Inutile urlare contro quelle mura, inutile dimenarsi in una stanza bianca priva di luce.
E tutto diventa sempre più piccolo, sempre più stretto. Le pareti sembrano accostarsi le une alle altre. Non c’è spazio, non c’è aria, non c’è uscita. Chiuso in un cubo di pochi metri, nel quale ormai Egli è incastrato, il nastro della memoria volge al termine.

Scritto da Sergei
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lunedì, 28 maggio 2007

 

Deliri onirici 

Il lungo cadere della pioggia bagna il mio triste volto. Alzo gli occhi al cielo ma altro non vedo che grigi paesaggi. Scale, tante scale. Devo salire, ma tutto sembra diventare così stretto. Piccoli vicoli, un muro accostato all’altro. Non riesco a respirare è tutto così stretto.
“Cosa ci fai tu qui?” le chiedo con voce carica di stupore. Lei non risponde mi volta le spalle scomparendo in quel suo vestito nero.
“Ultima chiamata! Stiamo per partire!” una voce dal treno urla. Provo a  raggiungerlo ma il convoglio si avvia verso il nulla.
Corro, scappio via. Inciampo e cado in una pozzanghera. Il cielo è così cupo, tutto sembra grigio. Una donna vestita di un rosso scuro mi sorride, vuol abbracciarmi, ma io fuggo via, lontano da quella visione. “Amore!” mi urla.
“I miei denti, i miei denti!” ululo con quella mia storpia bocca. Sento qualcosa, muovo la lingua in modo frenetico. Uno, due, tre… sono tanti. In preda al panico inizio a sputare, e ad ogni sputo, miglia di denti cadono inesorabilmente a terra.
C’è una sedia lì in fondo, ma prima devo salire e scendere tutte quelle scale...
“Ho paura.”
Vedo un aereo che decolla e subito precipita.
“Amore!” continua a strillare con quella voce stridula quella donna dai capelli biondi, ora mora, ora nera.
“Va via!”
Apro lo sportello di un elicoterro e subito volo lontano da quel triste pensiero.
“Il numero due si faccia avanti.”
Controllo il mio biglietto: indica il numero nove. Devo attendere.
“Bambino come ti chiami?”
“Devo cucire il mio vestito blu.”
Apro una porta posta alla sinistra di un ampio spazio. Vi è disegnata sopra una mezzaluna.
“Numero otto!” chiama la voce.
È tutto così verde, un verde vivo eppure ci sono tanti balconi.
“Numero sei!”
Verrà mai il mio turno? C’è una sedia lì in fondo.
Prendo un foglio e disegno due parallele. Chi sono io realmente?
Sento ancora una volta urlare. La faccia di una donna è dinanzi a me, sanguina e urla, urla e urla.
Mi copro le orecchie: non voglio ascoltare.
Ho paura e mi nascondo. Osservo ciò che è intorno a me: null’altro che una stanza circolare.
Qualcuno sta suonando in lontananza. Jazz?
“Ti ricordi quella volta che cenammo insieme per la prima volta? Una piccola orchestrina suonava… cosa suonava?”
Un letto in disordine ove io giaccio in preda alla mia solitudine. Sono io quello disteso?
Improvvisamente appare. È una professoressa, sembra avere qualche anno più di me ed è mora.
“È lei!”
La mia lingua è lughissima. “Non ti preoccupare ti aiuto io” mi sussurra amorevolmente “sono un dottore.”
Miao.
In lontananza sento un gatto miagolare.
“Andiamo” dice prendendomi per mano. Scendiamo lungo un vicolo strettissimo e scuro.
Miao.
Una gatta pregnante non smette di miagolare. Mi appoggio a un muro ed inizio a vomitare.
Una donna è seduta su una sedia da chiesa. Mi avvicino ma non è una donna, non è nessuno: solo un’ombra.
“Sono te.” Sembra dire qualcosa ma non riesco a comprendere. Dove sono?
Inizio a correre lungo quelle strette viuzze. È tutto così cupo e stretto. Volgo lo sguardo a destra e sinistra, ma non vedo altro che mura.
Corro sempre più velocemente fino a quando non inciampo. Acqua. Non riesco a respirare, sono immerso in una gigantesca vasca. È tutto blu intorno a me.
“Devi chiederle scusa.”
Nuoto lungo un tubo poco più largo del mio corpo. Aria. Giungo a galla. Lei è inginocchiata davanti ad un altare.
“Scusami” le dico, osservando quel suo vestito nero che le copre la gestazione.
Un bambino sta strillando. Gli vado incontro e noto che sta piangendo. È deformato, la testa larga, anziché il naso due piccoli fori. Privo di orecchie e con pochi capelli che pendono sul lato sinistro del suo corpo, un occhio rosso e l’altro cavo. I denti partono da una finta bocca e penetrano nel mento che sanguina vistosamente. Sembrano sbarre di una prigione dal cui interno qualcuno sta urlando: “Aiuto!”
“Papà” mi dice.
Agito bruscamente le mani per negare. “No, non può essere!”
“Papà.”
Si avvicina per abbracciarmi. Ha tre dita per mano e zoppica trascinandosi il piede sinistro oltre a quella raccapricciante gobba.
“Va via storpio!” gli urlo. Muovo le mani, per negare ancora una volta, mentre indietreggio per la visione di quell’obbrobrio, di quello scempio della natura.
“Papà.”
Inciampo e cado all’indietro finendo nel vortice di un lungo precipizio.
Il buio di una caverna mi circonda. Cammino a tastoni cercando nelle mura gelide un labile conforto che non trovo. Mi giro, mi rigiro, cerco una strada per l’uscita, mi accorgo però che è inutile, non serve. A tentoni proseguo in questo posto asfiante fatto di ombre nere. Dov’è l’uscita?
“Non serve.”
Capisco tutto. In lontananza, in un angolo, c’è un fuoco che produce tanto fumo. Corro in quella direzione. Osservo quello spettacolo di luci rosse. È ora, però, di prendere la strada che conduce all’uscita: è ora di spegnere quel fuoco. Il buio mi circonda, ombre mi sussurrano qualcosa. La via d’uscita è lì in quel feto abbandonato e deforme. Mi accuccio come un cane e chiudo gli occhi, sperando che tutto questo non sia altro che un incubo.

Scritto d